Nel tuo link...Originariamente inviato da Angioletto
il fatto che siano strapagati non impone che abbiano meno diritti però.
propongo un articolo con cui mi ritrovo d'accordo in toto
http://bocca.blogautore.repubblica.i...hi-ha-ragione/
perchè almeno bisogna 'capire'.
Degli altri motivi non me ne frega niente, ma il contributo di solidarietà, se si deve pagare, lo pagano i giocatori. La pretesa che siano le società a pagare per loro è semplicemente assurda, snatura il senso di una cosa del genere, tra l'altro, e li avvantaggerebbe pure economicamente.2) Il contributo dei solidarietà, lo pagano i calciatori o le società? Il segretario dell’Aic Grosso è intervenuto per chiarire che qualora il contratto sia “al netto”, allora il contributo di solidarietà (il famoso 5% eccedente i 90.000 euro o il 10% eccedente i 150.000 euro) debba pagarlo la società. Galliani ha risposto che non se ne parla nemmeno: non è una questione di aliquota irpef, di lordo o di netto, ma il “contributo di solidarietà” spetta a tutti indipendentemente dalla categoria. In questo caso il discorso di Galliani non mi sembra faccia una grinza. Non è ammissibile una categoria che eluda un provvedimento, sia pure straordinario, e che riguarda tutte le categorie dei lavoratori senza alcuna eccezione. Trovo anche molto scorretto – e la federcalcio dovrebbe intervenire proibendolo – che sia possibile fare contratti dove il calciatore viene pagato al “netto”, senza alcun interessamento per il lordo. Nella sostanza il contratto firmato prevede espressamente che lo stipendio sia di un milione o due o quello che sia al netto, e il resto non riguarda proprio il calciatore. Un caso molto particolare si verificò molti anni con l’ingaggio di Ottavio Bianchi al Napoli: prevedendo appunto un ingaggio al netto, siccome si era abbassata in quel momento l’aliquota massima, pretendeva che il beneficio ricascasse in busta paga. Tra l’altro se il “contributo di solidarietà” è detraibile sulla dichiarazione irpef, allora saremmo all’assurdo che il calciatore che non lo ha pagato ne godrebbe poi addirittura un vantaggio fiscale. In questo caso dunque i calciatori che pretendono di scaricare il balzello sui club, secondo me, hanno decisamente torto: paghino ciò che è dovuto senza svicolare dietro un meccanismo contrattuale che ad altri non è consentito. Il contributo di solidarietà grava su tutti individualmente e non sui datori di lavoro, che dovranno pagarlo per la loro parte e a loro volta come individui. Insistere sulla posizione “paghino le società” non solo non è giusto, ma inficia e getta una luce diversa e compromettente sulla battaglia, giusta invece, che viene fatta per la firma dell’accordo collettivo.

, ma c'è da capire che è in gioco la competitività del calcio italiano con quello europeo.
