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  1. #11
    Utente di HTML.it L'avatar di Angioletto
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    Originariamente inviato da agiaco
    D'Elia non è stato condannato per omicidio, ma per essere stato il capo di Prima Linea nel periodo in cui alcuni suoi compagni ammazzarono il poliziotto durante la rapina.

    Ha scontato per intero la pena.
    an no?
    allora ho capito proprio male..ma cmq era stato condannato a 30 anni di reclusione..

    io ancora non mi sono fatto un'idea sulla vicenda..pur volendo essere garantisti al massimo, ma mi fa ancora strano che sieda in parlamento..
    cioè, uno che rapinava, implicato cmq nella morte di una (o due persone)..

    boh..

    nel senso che, da un lato mi viene da dire "che bello, un segnale anche per chi nella vita ha bisogno di riscattarsi", dall'altro persò sembriamo il solito staterello leggero, che non dà alcun monito ai criminali..
    Per liquidare un popolo si comincia con il privarli della memoria.Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun’ altro scrive loro altri libri, li fornisce di un’altra cultura, inventa per loro un’altra storia. (Milan Kundera)

  2. #12
    La lettera di Sergio D'elia ai colleghi del parlamento, prima di leggerla ero dubbioso anche io ma ora non più


    LETTERA DI SERGIO D'ELIA AL PRESIDENTE E AI COLLEGHI DELLA CAMERA DEI DEPUTATI



    Signor Presidente della Camera, colleghe e colleghi deputati,



    a seguito delle dichiarazioni rese il 1° giugno 2006 dall'onorevole Giovanardi su di me e sulla mia storia personale e politica, desidero offrire questo mio contributo di conoscenza, che ritengo utile anche al fine di un più generale dibattito sulla giustizia, la civiltà del diritto e il senso della pena nel nostro ordinamento.

    Sono stato uno di Prima Linea, trenta anni fa. Accetto che si dica ancora oggi di me: un "terrorista di Prima Linea", mi rifiuto però di credere che qualcuno pensi davvero che sia il termine giusto, vero o esatto per dire, non solo quello che sono io oggi, ma anche quello che sono stato ieri. La mia identità politica e la mia lotta degli anni Settanta possono forse essere approssimate alle idee "libertarie" (il che non vuol dire: nonviolente) di un anarchico dell'Ottocento, non certo assimilate al terrorista suicida e omicida degli anni Duemila.

    Insieme ai miei compagni, ero cresciuto con l'idea che fosse possibile cambiare il mondo, tutto e subito. Subivamo l'effetto di una sorte di frenesia: dopo i volantinaggi alle 6 di mattina davanti alle fabbriche, le proteste organizzate nella mensa degli studenti, i comitati di lotta nei quartieri popolari, pensavamo che fosse a portata di mano la realizzazione del paradiso in terra. Ritenemmo la lotta armata come mezzo necessario per accelerarne l'avvento o, comunque, verificarne la probabilità. Una sorta di "demone della verifica" ci ha spinto all'azione estrema e irreparabile.

    Il fine che giustifica i mezzi a cui molti aderivano culturalmente e filosoficamente, per noi è stata linea di condotta coerente e pratica. Che fosse vero il contrario, cioè che i mezzi prefigurano i fini, per me c'è voluta l'esperienza della lotta armata e del carcere e poi, quand'ero ormai pronto, l'incontro con Marco Pannella. Voglio dire che Marco Pannella c'era già, e da una vita, su quella semplice verità; lui era pronto, non ero pronto io e come me, quelli che lui chiamava i "compagni assassini", che lo avrebbero ri-conosciuto dieci anni dopo.

    In quegli anni, i radicali erano gli unici a non considerarci dei mostri e quando Marco Pannella diceva "violenti e nonviolenti sono fratelli" capivamo il senso di quelle parole: violenti e nonviolenti avevano in comune la voglia di cambiare l'esistente, senza cedere all'indifferenza e alla rassegnazione. Noi, violenti, con la forza dell'odio; loro, nonviolenti, con la forza del dialogo e dell'amore.

    Nel momento della rinuncia alla violenza come forma di lotta politica era quindi naturale - volendo mantenere il nostro impegno politico e sociale dalla parte dei più deboli e indifesi - che incontrassimo e ri-conoscessimo il partito del diritto e della nonviolenza.

    I due anni di lotta armata mi avevano ampiamente dimostrato che la nostra lotta era vana rispetto agli obiettivi che ci eravamo dati e che le ragioni e le speranze di quella lotta erano andate distrutte dai mezzi usati per affermarle. Avevo accettato interiormente la verità della sconfitta, ancor prima della sua evidenza storica e politica. E quindi aspettavo il momento dell'arresto come un epilogo necessario. Giunse in una bella giornata di maggio del '78, e fu una liberazione.

    Personalmente non ho mai sparato a nessuno, anche se è stato solo un caso. Sarebbe potuto accadere a me, esattamente, come è successo a molti miei compagni, con cui ho condiviso tutto, di uccidere e/o essere uccisi. In quegli anni, solo una serie di - posso dire col senno di poi - fortunate circostanze mi hanno impedito di diventare un assassino.

    Sono stato condannato in base a uno dei postulati della dottrina emergenzialista dell'epoca, per cui il responsabile di un'organizzazione terroristica andava considerato responsabile dei crimini commessi nel territorio in cui operava. Agli occhi dei giudici non valeva il principio costituzionale della responsabilità penale personale ma quello ben più politico del concorso morale. E' agli atti del processo che ero lontano da Firenze al momento del fatto, che non ero stato tra gli ideatori e gli esecutori materiali della tentata evasione dal carcere delle Murate. Ciò nonostante, ero da considerare a tutti gli effetti responsabile dell'omicidio; per l'esattezza, di essere stato a conoscenza del piano di evasione e di non aver fatto nulla per impedirla, l'evasione evidentemente, non l'omicidio, che non era certo l'obiettivo di quell'azione, ma l'esito tragico di un fatto imprevisto. Una logica perversa che in futuro non sarebbe più stata applicata.

    Peraltro, durante il dibattimento in aula, avevo sorpreso i miei stessi giudici rivendicando la giustezza del principio del concorso morale come il metodo più adeguato a descrivere le mie responsabilità di dirigente di Prima Linea, le cui azioni mi sono assunto in toto, che le avessi decise o meno, eseguite o meno, sapute o meno. Senza alcun spirito di autodifesa, intendevo evidenziare la contraddizione nella quale poteva cadere - e secondo molti cadde - un tribunale che applicasse in chiave giuridica il principio della responsabilità morale, per non dire chiaramente politica.

    Sono stato condannato in primo grado a trenta anni di carcere, poi ridotti in appello a venticinque, infine dimezzati con l'applicazione della legge sulla dissociazione dal terrorismo e altri benefici di legge. Sono uscito dopo aver scontato dodici anni di carcere e, nel 2000, sono stato completamente riabilitato con sentenza del Tribunale di Roma, riabilitazione richiesta dallo stesso procuratore generale e sostenuta anche da decine di lettere di vittime dei miei reati, tra cui quella che mi ha fatto più piacere del capo della Digos di Firenze.

    Avevamo sciolto Prima Linea nei primi anni Ottanta e, nell'86, insieme a moltissimi miei compagni di detenzione, mi ero iscritto al Partito radicale e, dopo poche settimane, il giudice di sorveglianza mi aveva concesso il permesso di uscire dal carcere per recarmi al congresso del partito, dove mi accolsero tra gli altri Enzo Tortora e Mimmo Modugno, parlamentari e presidenti del partito stesso. Era gennaio del 1987 e, davanti ai congressisti riuniti all'Ergife, consegnai simbolicamente Prima Linea, me stesso e la mia storia violenta, al partito della nonviolenza. Non si trattò di un bagno purificatore, di una catarsi nella folla del popolo radicale. Fu un vero e proprio evento politico: l'approdo definitivo alla democrazia e alle sue regole di chi la democrazia e le sue regole le aveva così tragicamente violate. Difficilmente un altro partito avrebbe avuto il coraggio di compiere un fatto al tempo stesso così concreto e simbolico.

    Nel 1993, con la mia compagna Mariateresa Di Lascia, già deputata radicale e poi autrice del romanzo "Passaggio in ombra", Premio Strega postumo del '95, fondammo Nessuno tocchi Caino, l'associazione radicale che in questi anni ha contribuito a 42 tra abolizioni e moratorie della pena di morte che hanno salvato la vita a migliaia di condannati in varie parti del mondo.

    Ora, sono stato eletto deputato della Rosa nel Pugno al Parlamento italiano assumendo un ruolo anche di responsabilità: credo che sia questo un altro fatto politico che può essere letto, non come la vergogna che denuncia il collega Giovanardi, ma - forse, anche - come la parabola felice di una storia, che è storia di cittadinanza democratica e di accoglienza umana e civile di cui, non solo Marco Pannella, ma anche lo Stato italiano può andare fiero... se ha senso l'articolo 27 della nostra Costituzione, se hanno senso le parole lì scritte sulla rieducazione e il reinserimento sociale del condannato.

    Se qualcuno, ancora oggi, dopo trenta anni, vuole cristallizzare la mia vita nell'atto criminale di allora (che non ho materialmente commesso) e non tener conto della semplice verità che l'uomo della pena può divenire un uomo diverso da quello del delitto, rischia di non cogliere il senso profondo della giustizia, del carcere e della pena descritto dalla nostra Costituzione.

    In uno Stato di diritto, è bene che il luogo del giudizio sia innanzitutto quello dei tribunali e che il tempo della pena sia stabilito secondo legge e Costituzione.

    Ho pagato con 12 anni di carcere il conto che lo Stato e la legge italiana mi hanno presentato per ciò che ho fatto o non fatto. Non sono il solo a ritenere di aver compiutamente e consapevolmente pagato - in quel periodo per più versi "emergenziale" - anche l'altrimenti non necessario, il "sovrapprezzo" dovuto a leggi, tribunali, procedure e regole, opzioni politiche che si imposero come necessarie, carceri e detenzione speciali. Da libero, mi è accaduto anche di scontare la pena extra-giudiziale e per me pesantissima che il tribunale della vita, il destino, mi ha voluto riservare con la morte di Mariateresa, uccisa a quaranta anni da un male improvviso e incurabile, sicché ho dovuto far fronte al mio impegno morale, civile e umano inizialmente più solo e poi, grazie a tanti anche di voi, colleghe e colleghi, a portarlo avanti fino al punto in cui siamo di una decisione - ormai prossima, credo - della Assemblea Generale delle Nazioni Unite a favore di una moratoria universale delle esecuzioni capitali .

    Ora, sono disposto ad accettare anche il giudizio inappellabile di quel severissimo tribunale della storia che è l'opinione pubblica. Quel che non accetto è di rimanere ostaggio perpetuo della memoria, del mio passato e di ciò che ho fatto trenta anni fa.



    Signor Presidente della Camera, colleghe e colleghi deputati,

    grazie per la attenzione e - ne sono certo - le riflessioni che vorrete dedicare a queste mie considerazioni.



    Sergio D'Elia,

    Deputato della Rosa nel Pugno

    il tempo si fa i fatti suoi

  3. #13
    Ti giuro che ho le lacrime agli occhi.

  4. #14
    Utente di HTML.it L'avatar di gioggio
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    Originariamente inviato da agiaco
    Ha scontato per intero la pena.
    non conosco la vicenda ma se i termini sono questi penso ci sia poco da fare...

    IO non lo avrei assolutamente candidato e dubito che avrebbe raccolto voti sufficienti per entrare in parlamento senza questo obbrobio di legge elettorale con le liste bloccate...
    "La vita umana è breve, ma io vorrei viverla sempre" (25/11/1970)

  5. #15
    "Sono uscito dopo aver scontato dodici anni di carcere e, nel 2000, sono stato completamente riabilitato con sentenza del Tribunale di Roma"

    giuridicamente questo che significa?

  6. #16
    Mi chiedo come un personaggio a capo di una organizzazione sovversvia che aveva il chiaro intento di colpire lo Stato, attraverso l'utilizzo della violenza e compiendo crimini di sangue (l'organizzazione, non il capo in prima persona), possa successivamente ricoprire un ruolo istituzionale.

    E non capisco come un politico possa decidere di affidarsi a lui fra tanti nomi, per ricoprire quel ruolo.

    Ora, ok (si fa per dire) a gente che ha ribuato, tangentato etc... ma un ex terrorista comincia ad essere qualcosa che passa il decisamente il segno. Ripeto, non che nel centro destra sian tutti stinchi di santi eh... ma la famosa qustione morale della sinistra, che si sente "diversa" e "migliore"... fra un Consorte e un D'Elia, mi pare proprio non stia in piedi.

    E la contrapposizione, ancora oggi, è e rimane Berlusconi-Prodi. Bei nomi... ma un ricambio no eh?
    «Nella mia carriera ho sbagliato più di novemila tiri. Ho perso quasi trecento partite. Ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l'ho sbagliato. Nella vita ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto» - Michael Jordan

    «Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci.» - Gandhi

  7. #17
    Avete letto quello che ha scritto? Si tratta di trent'anni fa, e si è ampiameeeeente pentito (nel senso cristiano, non giuridico).
    E' stato in carcere, e ha scontato la sua pena. E' stato anche riabilitato dal Tribunale.
    In più non ha ucciso nessuno, anche se non rinnega la scelta della lotta armata, giudicandola sbagliata; ha pagato per essere stato uno dei capi, anche se non era lì.
    Milita da vent'anni nei radicali occupandosi di lotta alla pena di morte.
    Che deve fare più, infilarsi una scopa nel culo e ramazzarvi la stanza?

  8. #18
    Originariamente inviato da Nuvolari2
    Mi chiedo come un personaggio a capo di una organizzazione sovversvia che aveva il chiaro intento di colpire lo Stato, attraverso l'utilizzo della violenza e compiendo crimini di sangue (l'organizzazione, non il capo in prima persona), possa successivamente ricoprire un ruolo istituzionale.
    E' stato il capo di quella associazione, ha pagato per degli errori che non ha commesso ma non si è mai dichiarato innocente, ha scontato la pena ed ha capito i propri errori da anni, inoltre, è a capo di "Nessuno tocchi caino" insomma è una persona che ha fatto degli errori in passato (idioti e vergognosi a mio avviso) ma ora non è più l'uomo di un tempo perchè continuare a giudicarlo per quello che ha fatto in passato ?
    il tempo si fa i fatti suoi

  9. #19
    Sono stato condannato in base a uno dei postulati della dottrina emergenzialista dell'epoca, per cui il responsabile di un'organizzazione terroristica andava considerato responsabile dei crimini commessi nel territorio in cui operava.


    si può dire vaffa o devo coprirlo con un bip?!

  10. #20
    Originariamente inviato da cicciopie II
    Sono stato condannato in base a uno dei postulati della dottrina emergenzialista dell'epoca, per cui il responsabile di un'organizzazione terroristica andava considerato responsabile dei crimini commessi nel territorio in cui operava.


    si può dire vaffa o devo coprirlo con un bip?!
    perchè?
    il tempo si fa i fatti suoi

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