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Originariamente inviato da Brenz
Bubu, i discografici italiani sono così esterofili da almeno vent'anni. A metà degli anni '80 suonavo in un gruppo discretamente famoso a livello locale (Seeking Tides), facevamo wave con testi prncipalmente in italiano ma anche alcuni in inglese. Abbiamo avuto un passaggio anche su RaiTre (alle 11 di sabato mattina al S.I.M di Milano, praticamente ci hanno visto i tecnici rai e i parenti

) e ai concerti facevamo sempre il pieno, ma vacca boia indovina che pezzi hanno prodotto e distribuito? Due, in inglese. Copie vendute del 45 giri, forse 1.500...
Nessuna possibilità di far capire loro che ai concerti, come succede con voi, la gente cantava i pezzi in italiano. Niente da fare, a sentir loro la wave voleva l'inglese perché la metrica italiana "azzoppava" i brani.
Abbiamo provato a contattare quelli dell'IRA che all'epoca producevano, da indipendenti, tutta la miglior wave italiana in circolazione (Moda, Diaframma, Litfiba ecc.) ma non esser toscani evidentemente ci penalizzava...
Come vedi non è solo un discorso dei discografici di oggi, ma una ottusità totale nei confronti del mercato. Secondo loro dovevi cantare in inglese e in più fingerti inglese, basta ricordare la dance dell'epoca Gazebo, Den Harrow e compagnia cantante erano italianissimi ma guai a saperlo.
I due brani mi piacciono assai, preferisco il secondo, decisamente progressive e meno scontato rispetto al primo.
Bella voce del cantante, peccato per il batterista che, nel primo pezzo dimostra qualche incertezza ma nulla di particolarmente grave comunque.
Il prossimo concerto cercherò di non perderlo.

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