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@rgo1
14-01-2008, 15:24
CorSera

Parigi Il cantiere delle riforme dell'Eliseo per il mercato del lavoro

E Sarkozy vara la sua «flexicurity»: addio alle 35 ore, via al modello danese

13-01-2008

PARIGI — Forse è pura coincidenza. Ma nel giorno in cui Tony Blair viene a Parigi a sostenere il progetto riformista di Nicolas Sarkozy, sindacati e imprenditori francesi hanno raggiunto, sia pure fra riserve e commenti freddi, un accordo per la riforma del mercato del lavoro.

Se tramutato in legge e approvato da tutte le organizzazioni del lavoro (manca ancora il sì della CGT, il sindacato della sinistra), l'accordo potrebbe segnare una svolta importante in un sistema di relazioni sociali contro cui si sono infranti tutti i tentativi d'innovazione degli ultimi decenni. Basti ricordare le manifestazioni di protesta che per settimane bloccarono il Paese nella primavera del 2006 contro il progetto dell'ex premier Villepin.

Due i capisaldi dell'intesa:
sarà più facile la rottura del contratto di lavoro e saranno favoriti contratti a tempo determinato (come volevano gli imprenditori), ma sarà più sicuro e protetto il lavoratore alla ricerca di un nuovo impiego.
Saranno infatti garantiti il sostegno alla formazione e la copertura sanitaria nei periodi di disoccupazione o di formazione.

A parte le differenze tecniche, viene in sostanza introdotto il modello della «flexisecurity» che ha dato risultati positivi in alcune democrazie del Nord Europa, in particolare in Danimarca.
Il compromesso viene considerato da molti osservatori un segnale di forte maturità, sia da parte degli imprenditori, che non si sono limitati ai proclami di flessibilità, sia da parte dei sindacati, non più arroccati a difesa di uno statu quo che avrebbe peraltro fornito al governo francese un facile alibi per procedere alla riforma per via parlamentare.

Il fatto la CGT non abbia firmato la bozza di accordo appare come una posizione di bandiera, condizionata da forti resistenze della base, che non mette però in discussione la volontà negoziale di questo sindacato.

Fra gli altri punti più importanti dell'intesa, c'è l'allungamento del periodo di prova, fino a un massimo di otto mesi a seconda delle categorie e degli accordi di settore.

In caso di licenziamento, viene facilitato l'accordo fra datore di lavoro e dipendente, con l'istituzione di un'indennità equivalente a un quinto per salario mensile per ogni anno di attività.

Per quadri superiori, viene inoltre istituito un contratto a tempo determinato, elaborato sulla base di progetti di settore o aziendali, compreso fra i 18 e i 36 mesi.

La presidente del Medef, la Confindustria francese, Laurence Parisot ha sostenuto che la firma dei maggiori sindacati «significa un passo avanti verso la democrazia sociale».

Più riservati i commenti delle organizzazioni sindacali.

Il presidente Sarkozy, fra i punti forti del suo progetto, aveva promesso il contratto unico e una riforma più radicale.
Anche sulla «morte» delle 35 ore, annunciata per il 2008, ha dovuto correggersi, riproponendo una sempre maggiore liberalità nelle ore di lavoro straordinario.

Tuttavia la sua «rupture» avanza. E l'Eliseo saluta «qualità e importanza del dialogo fra parti sociali».

M. Na.

COLENZO
14-01-2008, 15:26
cheppalle

@rgo1
14-01-2008, 15:35
COMPARAZIONE:

Welfare State: il modello danese

L'ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton ha recentemente dichiarato di essersi "profondamente ispirato", per le scelte di politica sociale, a quelle compiute dal governo danese. Il primo ministro francese Dominique de Villepin ha inviato propri funzionari a Copenaghen, per studiare i segreti dello stato sociale che sembra soddisfare contemporaneamente le esigenze di sicurezza economica dei lavoratori e le richiesta di flessibilità degli imprenditori.
Ora il modello danese approda nel dibattito politico italiano, per la scelta dell'Unione di inserirne gli aspetti principali nel programma che verrà presentato in vista delle elezioni politiche di aprile.
Ma cerchiamo di descrivere più dettagliatamente quali sono i pregi e i difetti del Welfare State adottato dal governo di Copenaghen.

La parola chiave per comprenderne la logica ispiratrice è: "flexsecurity", ossia flessibilità economica unita a sicurezza sociale.

In Danimarca i disoccupati rappresentano il 5% della popolazione e meno del 2% dei cittadini rimane senza lavoro per più di due anni.

Tuttavia un impiego dura in media quattro anni e ogni danese cambia almeno cinque volte datore di lavoro nel corso della sua vita.

Gli imprenditori hanno la massima libertà di licenziare potendo dare in tal senso un preavviso di soli cinque giorni.

Il lavoratore licenziato, dal primo giorno di disoccupazione percepisce un assegno da parte dello Stato pari all'80-90% del suo stipendio per quattro anni.

Come ha sottolineato Urban Ahlin, un esponente dei socialdemocratici danesi, il modello sociale adottato dal governo mira a salvare le persone piuttosto che i posti di lavoro, investendo, anziché sulle aziende che rischiano di finire fuori dal mercato, "sulla formazione dei lavoratori per orientarli verso nuovi settori".

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Anche l'ammirato stato sociale danese presenta però delle imperfezioni.

Dopo un anno di disoccupazione rifiutare una proposta di lavoro comporta la sospensione del sussidio.

Quello che sembra un principio in astratto corretto pone però serie difficoltà ai lavoratori maggiormente qualificati, che potrebbero vedersi costretti ad accettare un lavoro largamente al di sotto delle loro competenze per evitare di restare disoccupati e senza sussidio.

In effetti si è notato che i meccanismi di ricollocamento funzionano con meno efficacia quando si tratta di lavoratori qualificati, molto specializzati o di persone oltre i 50 anni.

Problemi ancora maggiori sono stati poi registrati per gli immigrati: la maggior parte di loro è completamente tagliata fuori dagli ammortizzatori sociali della flexsecurity.

Per i cittadini stranieri la disoccupazione è quasi tre volte più alta e chi non ha mai avuto un impiego o non ha un titolo di studio danese è escluso dal mercato del lavoro.

Oltre a questo il modello danese appare anche difficilmente esportabile.

La popolazione danese, con i suoi 5,5 milioni di abitanti, è pari a quella di Roma,
inoltre il governo di Copenaghen può contare su un prelievo fiscale tra i più alti del mondo,
privo dei problemi di bilancio che riguardano ormai tutte le principali democrazie occidentali.

Appare poi difficilmente riproducibile in altri paesi anche l'armonioso rapporto di collaborazione tra imprenditori e sindacati che, secondo Paolo Borioni della Fondazione Gramsci, dà luogo ad una vera e propria "economia negoziata" in cui "la concertazione è antica da oltre un secolo".

Eppure, nonostante i molti apprezzamenti internazionali, il modello danese non sfugge a qualche critica interna.

Il quotidiano progressista "Information" ha recentemente condotto un'inchiesta per denunciare il malfunzionamento delle scelte fatte dal governo in tema di politiche del lavoro.

"Le statistiche sulla disoccupazione non dicono che c'è quasi un milione di persone che vive con il Welfare e non riesce a tornare sul mercato" dichiara il direttore del giornale Palle Weiss.

"Il lavoro è vissuto con uno stress maggiore di prima, c'è un diffuso senso di vulnerabilità. Non vorrei" aggiunge Weiss "che i politici scambiassero la realtà per un miraggio".


Paolo Romani

NyXo
14-01-2008, 15:37
ma @rgo e' in cassa integrazione per caso?

@rgo1
14-01-2008, 15:38
Solo a me la flexicurity di Sarkozy sembra mancare di qcosa?

Non so frasi di poco conto come:

Il lavoratore licenziato, dal primo giorno di disoccupazione percepisce un assegno da parte dello Stato pari all'80-90% del suo stipendio per quattro anni.

COLENZO
14-01-2008, 15:39
Originariamente inviato da NyXo
ma @rgo e' in cassa integrazione per caso?

la materia grigia è in mobilità coatta da 15 anni circa

@rgo1
14-01-2008, 15:41
Originariamente inviato da NyXo
ma @rgo e' in cassa integrazione per caso?

ma non si può parlare di un articolo di giornale peraltro interessante senza che la cosa sia riferita a me personalmente?

sto postando un articolo che parla del nuovo che potrebbe investire la Francia.

la Francia degli scioperi, dei diritti, della spiccata coscienza civile e sociale.

la Francia che sta qua a un tiro di schioppo da noi.

non dovrebbe esserci così estranea.

skidx
14-01-2008, 15:44
Originariamente inviato da @rgo1
ma non si può parlare di un articolo di giornale peraltro interessante senza che la cosa sia riferita a me personalmente?

sto postando un articolo che parla del nuovo che potrebbe investire la Francia.

la Francia degli scioperi, dei diritti, della spiccata coscienza civile e sociale.

la Francia che sta qua a un tiro di schioppo da noi.

non dovrebbe esserci così estranea.
il problema è che posti quasi sempre solo articoli, ma i giornali li leggiamo, più o meno, anche noi.
Le discussioni non si fanno semplicemente col copia incolla.

Se vuoi affrontare un argomento linka l'articolo, al limite cita solo uno o pochi passaggi chiave (non tutto l'articolo), e esprimi la tua opinione.

@rgo1
14-01-2008, 15:47
La flex-insecurity del modello danese
di
Daniele Costa Zaccarelli


Siamo nei primi anni 80. Un dipendente lavora per un'impresa danese di componenti di precisione per la costruzione di home computers (i famosi "Commodor"). Laurea in ingegneria nei primi anni 80, quando il settore annunciava un'evoluzione esponenziale della domanda per ingegneri, anni di formazione continua per tenersi aggiornato sulle potenzialità di sviluppo dell'ingegneria informatica e finalmente l'assunzione. Stipendio elevato, condizioni lavorative soddisfacenti e motivanti, un bagaglio di competenze spendibili e un potere contrattuale nei confronti del mercato del lavoro decisamente importante.

Poi arrivano gli anni 90. Internet entra nelle case, i computer diventano personal, i mezzi di comunicazione diventano alla portata di chiunque e nascono i presupposti di una società dell'informazione. Si comincia a parlare di "concorrenza", le imprese si misurano con la capacità di raggiungere il cliente in ogni parte del mondo, e per farlo devono essere sempre più competitive e internazionali: si comincia a parlare di trasformazione di costi fissi in variabili e di ingegneria giapponese, organizzativa e informatica. Ma soprattutto, si rimpiccioliscono i microprocessori e nascono i primi PC.

E la nostra media impresa danese? E'alle prese con la sfida lanciata dai minuscoli processori giapponesi (più economici di qualsiasi altro allora realizzabile) e l'evoluzione irreversibile del settore la porta a un destino inevitabile: vendere ai nipponici. I quali ri-progettano la struttura organizzativa e la linea produttiva in ottica di efficienza, e gli ingegneri con competenze meno spendibili per l'evoluzione del settore vengono mandati a casa. Tra questi, c'è il nostro dipendente danese.

Il quale inizia a ricevere un robusto sussidio di disoccupazione, ma le sue competenze sono così insufficientemente adeguate all'evoluzione del settore che riceve soltanto offerte di lavoro scarse e insoddisfacenti: nessuna azienda richiede più un esperto di mega-processori ormai fuori mercato.

Sarà allora molto probabile che preferisca mantenere il sussidio (maggiore delle offerte disponibili) e che rifiuti un'offerta di lavoro ritenuta degradante. E'stato infatti dimostrato che generosi sussidi di disoccupazione (in Danimarca nei primi anni 90 erano pari al 90% del passato impiego) costituiscono un disincentivo alla ricerca di una nuova occupazione: un'eventuale revoca del sussidio potrebbe infatti non offrire un significativo aumento di reddito tale da indurre l'individuo ad accettare il nuovo impiego (in particolare se temporaneo e a basso salario), con evidenti effetti negativi sullo stock di occupazione. Infatti la Danimarca di quegli anni raggiunge livelli di disoccupazione decisamente elevati (10% nei primi anni 90).
In pratica, lo stato paga il cittadino per starsene sul divano.

E un altro effetto distorsivo è presente dal lato della domanda: se i disoccupati godono di alti sussidi le imprese dovranno incentivare i lavoratori con salari più alti, sia per convincere i disoccupati ad accettare il nuovo impiego, sia per convincere i lavoratori migliori a restare. Con aumenti esorbitanti dei costi fissi.
Ma scherziamo? L'efficientissimo modello di flex-security danese, che secondo gli economisti garantisce piena flessibilità e sicurezza al lavoratore, definito da Francesco Giavazzi come "il sistema che protegge chi perde il lavoro più di ogni altro al mondo", si fa carico di queste evidenti distorsioni?

Sembrerebbe quindi che per risolvere le rigidità del mercato del lavoro non basti liberalizzare i licenziamenti e offrire sussidi per tutelare i disoccupati. Ciò che serve a un mercato del lavoro "flex-safe" è protezione ma anche competitività delle mansioni.

Per evitare di pagare un soggetto per starsene a casa, occorre rendergli conveniente il reimpiego attraverso le cosiddette "politiche attive". L'attuale evoluzione del mercato del lavoro insegna che occorre introdurre sistemi di "welfare-to-work" che favoriscano un breve e rapido ricollocamento del lavoratore attraverso corsi di formazione, servizi per l'impiego ed incentivi all'occupazione.

Oggi ci occupiamo di tre paesi che hanno affrontato il problema in tre modalità differenti: Italia, Regno Unito e Francia.

Il mercato del lavoro Italiano, è privo di sostanziali politiche di sostegno alla disoccupazione: pochissimi sussidi, Cassa Integrazione ordinaria/straordinaria e Mobilità concesse solo ai lavoratori licenziati dalle grandi imprese industriali e spesso finalizzate al pre-pensionamento. La gran parte dei lavoratori è dunque esclusa da tali sussidi, dei quali ne beneficia solo il 17% dei disoccupati, a fronte del 66% danese e del 100% inglese. Ma analizzando il database Eurostat notiamo come lo stato italiano sia l'unico in Europa a spendere più per politiche attive (atte a incentivare il re-ingresso del lavoratore sul mercato del lavoro) che per politiche passive (indennità di disoccupazione, cassa integrazione e pre-pensionamento). Anche se la spesa per entrambe è molto inferiore rispetto ad altri stati (e si fa carico di una serie di distorsioni di cui non ci occupiamo in questa sede) ciò che conta è la significatività del dato: non basta tutelare la disoccupazione in se, occorre incentivare stabilmente il replacement sul mercato del lavoro. Il problema, come sempre, è che il macchinoso Stato Italiano spende molto ma in modo inefficace ed inefficiente: pensate che non è possibile avere riscontri sull'efficacia o meno dei corsi di formazione proposti (finanziati soprattutto tramite trasferimenti comunitari), e in più i fondi per l'occupazione sono sempre stati concessi ad imprese che avrebbero comunque già assunto altri lavoratori. Inoltre l'ultima riforma berlusconiana di apertura del collocamento al privato prevedeva l'esclusione dalle liste di quei disoccupati che rifiutassero le misure di reinserimento lavorativo: l'applicazione è stata però minimale e irrilevante.

Il Regno Unito ha invece tentato di facilitare l'incontro tra domanda e offerta tramite il popolare New Deal laburista: finanziamento di un solido progetto formativo per riqualificare i giovani disoccupati da più di sei mesi, sovvenzione per i datori di lavoro che assumono disoccupati attingendo dalle liste di collocamento, condizioni più restrittive per il mantenimento dei sussidi di disoccupazione e utilizzo di alcune indennità famigliari in ottica di incentivo all'impiego, secondo la visione anglosassone in base alla quale lo Stato deve spingere le persone occupabili ad accettare un impiego, di qualsiasi tipo esso sia. E se il disoccupato rifiuta un'offerta proposta dal servizio per l'impiego, si ritrova sospesa ogni indennità. Gli effetti di tale politica si risolvono in un tasso occupazionale estremamente basso (che il New Deal ha diminuito di 3 punti percentuali dal ‘98, assestandosi al 5% contro una media europea in doppia cifra), dato che offusca però una realtà secondo la quale molti individui sono costretti ad accettare qualsiasi lavoro (anche degradante) per evitare la sospensione dei sussidi (il 20% della popolazione guadagna meno di 4 sterline l'ora).

Il legislatore francese (prima di Sarkozy) ha ricercato invece un'integrazione tra politiche per l'impiego e le diverse politiche di welfare: ai piani locali di inserimento e ai contratti di solidarietà (ciò che definiamo solitamente come "politiche attive"), si uniscono Redditi Minimi Garantiti e assegni di solidarietà, volti a tutelare la transitorietà del periodo di disoccupazione. Il problema è che il modello francese risulta spesso "disincentivante al lavoro": si fonda esclusivamente sull'impegno del lavoratore alla ricerca di una nuova occupazione, ma non prevede meccanismi di sospensione delle indennità in caso di mancata collaborazione col servizio di collocamento.

In conclusione, è evidente che i mercati del lavoro europei non sono ancora in grado di garantire al nostro disoccupato (che sia un ingegnere danese o un operaio italiano, inglese o francese) un soddisfacente re-impiego sul mondo del lavoro, dal momento che spesso conducono alla

proliferazione di lavori precari e scarsamente tutelati (caso Italiano)
o degradanti (caso Inglese)
e all'incremento di meccanismi di "sovvenzione al riposo" (caso Francese).

Occorre sviluppare dispositivi di flessibilità in entrata che permettano di semplificare i licenziamenti, in particolare in alcuni settori e per i giovani dipendenti assunti in prova all'interno delle imprese (come apprendisti), al fine di re-indirizzare i lavoratori verso le mansioni per cui sono più competenti.

Occorre promuovere sovvenzioni dirette alla tutela dei disoccupati, condizionate però ad una ricerca attiva di un nuovo impiego.

E occorre infine progettare nuove tipologie contrattualistiche che prevedano percorsi di reintegro sul mercato del lavoro tramite una progressiva stabilizzazione del lavoratore (e non del posto di lavoro), da una fase iniziale ad alta flessibilità impiegatizia a una successiva di maggiore protezione e tutela dell'impiego.
La vera "flex-security".

skidx
14-01-2008, 15:48
CVD :biifu:

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