Le parole esatte di Davide Vannoni sono state: «Stia tranquilla, le prometto che lo rimetto in piedi».[...] «Ripeteva che mio marito Umberto sarebbe guarito di sicuro. Servivano tante infusioni di cellule intelligenti, come le chiamava lui, ma alla fine ce l’avremmo fatta».
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A maggio del 2007 [...] Diagnosi: Msa, una lenta e inesorabile atrofia multisistemica».
Quando siete arrivati da Vannoni?
«Due settimane dopo. Il medico dell’ospedale era stato chiaro: “Purtroppo per questa malattia non esiste una cura vera e propria”. [...] La cosa strana è che ci hanno telefonato loro».
Loro chi?
«Quelli di Stamina. Mi hanno detto di partire subito per Torino, che c’era questa nuova terapia».
Via Giolitti 41, il call center del professor Vannoni. Cosa ricorda?
«È lì che ha promesso la guarigione. Umberto ne sarebbe sicuramente uscito. Le cellule intelligenti si sarebbe fermate nella parte del cervello responsabile della malattia».
Un miracolo a che prezzo?
«Ci hanno messo davanti questo foglio, l’ho tenuto. Prelievo midollo: 2000 euro. Preparazione cellule: 27 mila euro. 8000 euro a iniezione, 2500 euro per la crioconservazione. Ma la verità è che abbiamo pagato molto di più».
Quanto, precisamente?
«Oltre 50 mila euro».
Dati a chi?
«Alla segretaria di Vannoni. La stessa di Torino, l’ho rivista a Brescia. Metteva i soldi dentro una busta, nessuna ricevuta».
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Dopo la prima infusione stava meglio?
«Lui diceva di no. Ma io cercavo di vedere un miglioramento in tutto».
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In rete c’è una vostra lettera di protesta contro la sospensione delle cure.
«Lo so. Vannoni e Andolina ci facevano firmare. Dicevano che era necessario mobilitare l’opinione pubblica. A un certo punto, Andolina mi ha detto: “Adesso spingiamo avanti i bambini. Vedrà che in questo modo la cosa passa...”».
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Oggi qual è il pensiero che le fa più male?
«Secondo i medici, mio marito doveva vivere 9 anni, dalla scoperta della malattia. Invece è morto dopo 5 anni appena. Magari per cercare di aiutarlo a guarire in tutti i modi, io gli ho accorciato la vita».