La marcata emilianità era nei dialoghi (peraltro i dialoghi occupano la maggior parte dello scritto). Probabilmente è dovuto al fatto che avevo imparato a parlare in Emiliano (l'Emiliano è una lingua, non è un dialetto), prima di imparare l'Italiano.

Nel secondo libro, ormai prossimo a conclusione, ho cercato di limitare l'Emilianità, lasciandola però ad alcuni personaggi.

E' vero: se si chiedono molti pareri si otterranno molte valutazioni diverse. Spetta poi all'autore vedere quando le valutazioni siano utili. Comunque ho imparato a tenere conto di tutti i pareri, dandogli maggiore o minor peso, secondo la qualità del valutatore.

Certamente non è possibile far contenti tutti. Tuttavia l'autore non può limitarsi a far contento solo sé stesso. L'importante è cercare l'equilibrio: la propria personalità e quella dei lettore. Ho dato molto spazio alla ricerca dell'equilibrio. Ad esempio i due protagonisti del primo libro erano positivi e simpatici, ma pieni di vizi.

Senz'altro è importante non perdere l'originalità. Citando Carlo Acutis: tutti nasciamo originali, molti muoiono come fotocopie". Attenzione però a non confondere l'originalità con giocare a "genio incompreso" o ad "artista maledetto". Anche qui è una questione di equilibrio.

Comunque il primo capitolo andava completamente rifatto: era troppo drammatico. Praticamente un pugno sullo stomaco al lettore. Più in generale avevo sbagliato a dare troppa drammaticità a tutta la trama. Ad esempio: la protagonista andava a cercare l'ex marito; questo la mandava via a calci nel fondoschiena. Poi l'ho cambiato: vanno a letto assieme.

Tornando all'emilianità: è un gioco delicato e per un semplice dilettante non è facile. Io ci ho provato. Ci sono riuscito: io spero di sì, anche se temo di no.

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